La storia vera di Barbanera 

*Basato su fatti reali

Cinque minuti al chilometro.

Che non corro seriamente saranno ormai cinque anni. Intendendo con “seriamente” sei allenamenti a settimana con un lungo di diciotto-venti chilometri nel mezzo. Pochi sanno che correvo con una certa costanza; la corsa è sempre stata una cosa mia. Non ho mai avuto un gran passo, 5 minuti al chilometro di media, secondo più secondo meno. Ero però discreta nei dislivelli, nel salire montagne. Felice quando infilavo qualche chilometro a 4 minuti, per intenderci. Ho mollato per l’università prima, per il lavoro poi, per accidia oggi. Parlare con Ivan mi ha stimolato e ho le vecchie Nike bianche in mano, ora, in questo momento in cui scrivo. Non esiste corridore valsesiano, professionista o amatore, che non conosca la storia di Ivan, che poi è quella di Agnese, che poi diventa quella del Franceschino. Che può essere quella di ciascuno di noi


Un sassolino e un mormorio.

Un pensiero stupido mi fa alzare le dita dalla tastiera per farle scorrere sulla geometria delle suole sporche. Che bello toccare le cose. Un sassolino appuntito, incastrato tra la gomma consunta, mi fa lasciare la sedia in favore dell’asfalto. Qui, in questo pomeriggio dal quale vi scrivo, abbandono la penna per ritrovare il mio passo. Per quanto tempo un frammento così tagliente può stare incastrato nella gomma morbida senza mai uscirne e senza mai tagliarla? A metà tra la voglia di restare e quella di fuggire. Quanti di noi sono il sassolino? Quanti la gomma?

Quanto siamo superficiali nelle cose. Quando Ivan si è ammalato l’ho saputo da voci di paese, quelle grevi che godono nell’essere le prime a divulgare tragedie. Chiacchiere che fremono per raccontare drammi piuttosto che raccogliersi nel rispetto di un silenzio. Solo per essere i primi a fare rumore. Ricordo, in quei giorni prima del Natale, un vociare sempre più indiscreto. Anche un mormorio può diventare assordante.


Duemilaottocento D+

Nel frattempo, ho spento anche il computer e infilato le Nike bianche; non le ricordavo così leggere. Come il resto della mia persona, nemmeno i piedi sono cresciuti. L’evoluzione fisiologica del mio corpo è sicuramente anticonsumista. Afferro i lacci e li lego stretti, che fascino bene il piede. La calzata dev’essere ben aderente; anche Ivan la pensa così. Muovo i primi passi imbalsamati e i piedi non spingono; ricadono pesanti sulla strada grigia. Chissenefrega, il timbro di Ivan mi distrae. Ho vivo in me il pomeriggio del giorno prima; i quattro passi per le vie di Alagna e la birra con Agnese che divora patatine. Lei che vedete nelle foto è la moglie di Ivan. Ed è magra anche se divora patatine perché nel tempo libero si diverte a infilare ultratrail da 55 chilometri con 2.800 metri di dislivello positivo. Stando sotto le sei ore. Cinquantacinque chilometri. Duemila ottocento metri. Bello scriverli come andrebbe fatto i numeri. Belli i numeri. Terrificanti i numeri. Ivan ha misurato la sua vita da runner con loro, ma anche la sua vita da malato. Quanti di noi sono il sassolino? Quanti la gomma? Dopo trecento metri mi sento già stanca e questa domanda mi perseguita. 


[ Il polso inizia a vibrare come a volermi incoraggiare; dovrei aver percorso il primo chilometro. Le gambe vanno istintivamente avanti, la memoria istintivamente indietro. ]


La maestria.

Una settimana prima del pomeriggio di birra e patatine, da buoni atleti, siamo andati a sgambettare insieme nella zona di Stofful. Un declivio ormai ambrato ci divide dalla sagoma petrolio del Tagliaferro. Ivan non può spingere come un tempo, non ancora. Eppure i passi sono leggeri, la schiena ritta, la falcata fiera. Non ho dinnanzi un uomo spossato, ma responsabile. La voglia di sfogarsi è palpabile, eppure lui si contiene. Quanti possono dire di saper fare lo stesso? Essere l’ex campione e correre come la Guglielmina piccola? Come una suola in gomma minacciata da un sassolino fermo, ma estremamente tagliente. Quanti di noi sono il sassolino? Quanti la gomma? Ivan è senza dubbio la relazione tra i due; vittima di un meccanismo bastardo, nelle mani del fato. I bordi del sasso potrebbero squarciare la gomma a ogni passo e l’opzione di vivere la vita sul divano non è proibita. Eppure lui sceglie la corsa, a ogni passo. Qui la maestria; l’abilità di mettere un piede davanti all’altro senza tagliarsi. Portando a casa la suola da uomo saggio. Da uomo nuovo. 


Birra, gargarozzi e maleducazione.

Passano sei o sette giorni e siamo a casa loro, in quattro intorno al tavolo in legno della baita; oltre a me ci sono Ivan, la moglie Agnese e Lorenzo, amico di una vita. “Il Franceschino dorme”, mi sussurra Agnese all’orecchio. Ivan intanto apre le birre, Agnese le patatine, e il Lorenz pensa ai convenevoli mentre io, per deformazione professionale o semplice maleducazione, curioso tra le foto appese, i giocattoli del Franceschino e i peluche ordinati dietro il divano. Lascio che qualche centilitro di birra scorra nel gargarozzo di tutti prima di fare la mia mossa. Le prime chiacchiere sono più leggere, ne approfitto per notare i dettagli. C’è un frigo rosso che spunta lucido dietro la testa di lei, non distrae ma si nota. Così come si notano i peli bianchi nella barba del Barbanera.

[ Ah ragazzi, intanto io qui sono al secondo chilometro e il cardiofrequenzimetro scivola sotto il seno per l’imbarazzo. ]


È così che lo chiamavano gli amici alle gare: “Il Barbanera”. La barba non è più nera ma il soprannome è rimasto. Ho voglia di dirgli che tutte le donne intelligenti sono affascinate dall’uomo brizzolato, ma mi mordo la lingua. Già sono maleducata, non voglio essere inopportuna.


L’unità di misura che prendo a riferimento è il livello delle patatine nella ciotola a centro tavola. Quando sarà piena per solo un terzo vorrà dire che saranno state deglutite sufficienti quantità di luppolo per osare. Agnese corre tanto e forte, questo l’ho già detto. Probabilmente deve consumare molto. E puntualmente, ogni volta che la ciotola è quasi al livello che mi serve, solleva con due mani le patatine formato famiglia e rabbocca la scodella fino all’orlo.


[ Probabilmente è un’illusione ma, superato il muro dei tre chilometri (ognuno ha i propri muri), il mento si alza e i polmoni si riempiono. Smetto di guardare le Nike bianche e continuo a testa alta; ho preso il ritmo. ]


Anche in baita la conversazione ha preso il suo flusso. Se aspetto che le patatine finiscano rischio che l’effetto del malto frizzante svanisca. “Ivan?”, attacco con difficoltà. “Non so come chiedertelo ma mi racc…” “Certo, te la racconto volentieri.”, viene in soccorso lui.


La storia vera di Barbanera.

Non posso mettere nero su bianco la sua storia, non mentre sto correndo nella zona industriale di Roccapietra. Non nel limite di diecimila battute. Ho un progetto più degno, pensato nel ritmo dei passi ritrovati, che voglio dedicare a Ivan. Sentirete parlare di nuovo, di Barbanera. Ha a che fare con il midollo, la preghiera, il coraggio e la maleducazione, la birra, i numeri e la corsa; con la vita insomma. 


[ Intanto qui ho incredibilmente superato i dieci chilometri dopo anni di stop. ]


Leucemia mieloide acuta.

Vi basti sapere che il giorno prima si stava allenando con le pelli con Agnese e la notte l’ha sorpreso una febbre da cavallo: leucemia mieloide acuta. Vi basti sapere che aveva il 95% di cellule malate nel sangue e che doveva rientrare nel 5% per poter tentare la via del trapianto. Vi basti pensare che tra un devastante ciclo di chemioterapia e l’altro concepì, con Agnese, il Franceschino. Vi basti sapere che combattendo contro la morte ha messo al mondo una vita. Che ha trascorso la notte di nozze, celebrate in ospedale, con il suo compagno di stanza. “La prima notte con un uomo!”, racconta ridendo lui. Vi basti sapere che combattendo è arrivato al trapianto. Che la mamma, compatibile al 50%, gli ha dato la vita una seconda volta. Vi basti sapere che ha contratto e superato anche tubercolosi e covid-19. Vi basti sapere che sta tornando a correre. Che sta ancora combattendo. Sentirete parlare di nuovo, di Barbanera. Perché uno con due palle come le sue se ne fregherà sempre del sassolino tagliente pericolosamente incastrato. E mentre i più, fra noi, saranno attenti a non graffiare la gomma, lui correrà più forte di prima.


[ Il polso qui trema ancora e il cuore non rallenta, ma è la lacrima sul viso a dirmi che non è la corsa la causa. Grazie Ivan. Per sempre “Il Barbanera”; anche se brizzolata è più fiera. ]

A presto,

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‘A Muntagna