È ancora alpinismo?

*Opinioni, riflessioni, record e bombole d’ossigeno.

Ne ho sentite di tutti i colori nelle ultime settimane: “A quelle quote, in quel punto della scalata, non si poteva fare niente di più.”“Un fatto osceno; non so se quel ragazzo poteva essere salvato, ma di certo ci avrei provato.”“Penso che sarebbe stato molto difficile salvare Hassan.”

Facciamo un passo indietro.

È il 27 luglio 2023, sono circa le 2:30 del mattino e una lunga fila di alpinisti si sposta lentamente verso la cima del K2; una delle montagne più pericolose al mondo. Obiettivo? Conquistarne la vetta. Effettivamente, proprio quel giorno, l’alpinista norvegese Kristin Harila, porta a termine la sua impresa; scalare tutti i 14 Ottomila nel minor tempo possibile. Tre mesi e un giorno è il risultato della sua prestazione. Frantuma, così, il record precedente stabilito dal nepalese Nirmal Purja (sei mesi e sei giorni nel 2019). In un video, ormai diventato virale, si vede chiaramente Muhammad Hassan immobile, come incollato contro la parete della montagna. Poco prima, probabilmente a causa del crollo di parte del seracco che sovrasta quel traverso esposto, era caduto sbattendo contro la roccia e danneggiando la sua maschera per l’ossigeno. Il portatore pakistano, sempre basandosi su quest’unica prova incontestabile, rimane inerme mentre altri alpinisti lo scavalcano puntando la vetta. Harila è, in questo momento in cui scrivo, sotto accusa per non aver prestato soccorso a un portatore in fin di vita. Kristin Harila nega quanto affermato, sostenendo che Muhammad è invece stato issato sul percorso affacciato sul baratro e assistito per oltre un’ora e mezza. A causa delle condizioni impervie, dichiara l’alpinista norvegese, fare di più sarebbe stato impensabile. Salvarlo, impossibile.

Sicuramente non è stata una situazione facile, quasi nessuna lo è in alta montagna. Il collo di bottiglia, inoltre, e anche questo va considerato, è una vera e propria roulette russa. Si tratta di un imbuto di neve e ghiaccio che, dalla spalla, risale dritto e ripidissimo la montagna fin sotto l’enorme seracco pensile. Un palazzo di ghiaccio di quindici piani sospeso nel vuoto, appeso sulla testa di ogni scalatore che tenta il “summit push”. Cosa realmente sia accaduto lassù è poco chiaro. E probabilmente, come ci insegna la storia dell’alpinismo, lo resterà per sempre.

Quelli riportati sono i fatti esposti dai principali media che hanno trattato l’argomento. A me, e penso di poter parlare a nome dell’intera squadra di The Pill, interessa poco la verità. Non perché non consideriamo grave quanto accaduto, ma perché siamo convinti che, indipendentemente da come siano andate le cose il 27 luglio, il problema alla base della tragedia vada individuato e risolto altrove. Quando mi è stato chiesto di scrivere un articolo a riguardo ho sentito il bisogno di prendermi del tempo. Volevo, per quanto possibile, offrire una ricostruzione dei fatti che fosse il più vicino possibile alla verità. Inoltre, ho ritenuto fondamentale considerare il parere di chi, sotto quel mostruoso seracco, ci è stato. Perché quando si parla di tematiche tanto delicate trovo assurdo, ed eticamente discutibile, pensare di avere il diritto di esprimere un parere a priori.

I morti sono morti.

È troppo facile mettere un like a un post su Instagram che conta oltre 14.000 consensi. Mi piacerebbe poter calcolare la percentuale di quanti, in proporzione al “successo” del post, si sono davvero interrogati sull’accaduto. In ogni caso, la cosa che trovo personalmente triste, è la capacità di notizie simili di svanire nel nulla. Si scatenano polemiche e vengono lanciate accuse. Talvolta, grazie al cielo, vengono anche presi seri provvedimenti, ma poi quello che passa alla storia e che rimane nella memoria collettiva, è il successo. Sempre quello.

Mi chiedo se quella di cui faccio parte sia ormai un’umanità incapace di crescere portando sulle spalle il peso di tutto ciò che “si poteva fare meglio”. 

Pare sia più facile seguire l’algoritmo dei social media e spendere venti, massimo trenta secondi per costruirsi un’opinione, esprimere il proprio parere con un doppio tap sullo schermo o con un commento di quattro righe, e liquidare la faccenda nel tempo in cui si finisce la colazione o si tira lo sciacquone del bagno.

È naturalmente una questione che va oltre la tragedia sul K2, ma credo sia fondamentale, affinché qualcosa cambi, interrogarsi partendo anche da queste dinamiche tossiche. E disumane. Parlando con un carissimo amico è saltata fuori, tra le altre, la questione dei “Mondiali della vergogna”, in Qatar. Dal 2010, nella penisola araba, sono morte sul lavoro almeno 6.500 persone immigrate da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka, per costruire otto stadi, in cui giocare una manciata di partite. E di nuovo, anche in questo caso, fiumi di polemiche e denunce sulle condizioni di lavoro inaccettabili, com’è giusto. Ma purtroppo alla fine, i morti sono morti. E la memoria collettiva ricorda solo la doppietta di Messi e l’Argentina che alza la Coppa al cielo per la terza volta nella storia.

Cosa rimarrà dunque, al di là di torti e ragioni, di Muhammad Hassan? Morto svolgendo il proprio lavoro, ignorato, ferito e senza ossigeno, rispetto a tutti i folli record degli ultimi anni?

Quello che personalmente non tollero è il menefreghismo, l’egocentrismo e la superficialità con cui abbandoniamo le persone, la capacità di girare la testa dall’altra parte senza porci domande o, peggio, pensando che sarà qualcun altro ad occuparsene. Tutto questo mi fa male, sinceramente. Non solo se parliamo di montagna, ma soprattutto se parliamo di montagna.

Quand’ero bambina, mio nonno ci lasciava intagliare il legno nella piccola piazza del villaggio in cui trascorreva l’estate, a fianco alla sua baita. Di coltello buono ce n’era soltanto uno e decidere chi l’avrebbe usato, per noi bambini, era semplice. Bisognava risalire a quattro zampe una ripida scarpata che s’infilava nel buio del bosco e il primo che toccava il tronco del faggio più basso, aveva il monopolio del coltello per l’intero pomeriggio. Sono sempre stata affascinata da un bambino che, dopo i primi trenta metri di corsa, pur essendo in testa, si voltava a controllare che nessuno, nemmeno il più lento, scivolasse sulle radici umide e rotolasse fino alla base. E mio nonno, ogni sera, dopo averci messo tutti quanti a letto, affilava la lama al coltello e insegnava a Filippo, a lui solo, a intagliare il legno.

A dodici anni non mi era chiarissimo il motivo, ma sentivo che era giusto così.

Oggi ho la sensazione che, davanti a un essere umano ridotto a vittima sacrificale in favore del successo di un altro, non ci sia soltanto silenzio assenso, ma totale cecità. Come se un simile meccanismo di prevaricazione di ogni cosa, non solo venga accettato, ma sia addirittura considerato normale. Nient’altro che regolare e quotidiana amministrazione.

Quindi, la questione è: Dove stiamo andando? Come alpinisti e come esseri umani? Che forme prenderà l’alpinismo e la montagna tutta nei prossimi anni?

È stato difficile scriverne. Mi pare indecoroso. Ma spero che le opinioni autorevoli di Hervé, di Gnaro e di Michele, montanari prima che alpinisti, nonché salitori del K2, possano contribuire a cambiare il modo di andare in montagna e, perché no, quello di vedere la vita e il nostro atteggiamento nei suoi confronti.

Alpinista - Guida Alpina - Soccorritore

Hervé Barmasse.

Ciò che è successo sul K2 non è una novità e quanto si osserva nel video purtroppo è tutto vero, crudele, e cosa ancora peggiore, è qualcosa che si ripete da anni. A testimoniarlo i tanti cadaveri sparsi qua e là sulle vie normali dei 14 ottomila. Forse la differenza che c’è tra gli incidenti avvenuti prima di questa estate e quello di Hassan, la cosa che colpisce di più, è che oggettivamente, a scavalcare il corpo sfinito del portatore pakistano, erano presenti un numero sufficiente di persone per tentare un soccorso. Su questo non c’è alcun dubbio. Un alpinista deve mostrare umanità e compassione, altruismo e generosità sempre, a qualsiasi quota e su qualsiasi montagna, altrimenti alpinista non è.

Oggi viviamo in una società avara di umanità, valori ed etica. Siamo “figli vuoti del troppo pieno” e non riusciamo più a distinguere le cose per cui vale la pena lottare, credere, vivere. Pensiamo che dietro al successo e al denaro si nasconda la felicità e siamo disposti a sacrificare tutto, anche ciò che diciamo di amare come, ad esempio, la montagna. Lo dimostra l’alpinismo himalayano di massa, evidente conseguenza di scelte sbagliate. Aziende outdoor, scalatori professionisti e guide alpine hanno continuato a vendere le vie normali degli Ottomila come l’avventura più grande che si possa vivere. Eppure, non lo è più da tempo.  Sta di fatto che nell’alpinismo del futuro, se di alpinismo si vorrà ancora parlare, la differenza la farà sempre di più il “come”. Perché non conta dove vai, la quota o la cima che raggiungi, ma come sei arrivato sin lì. Se lo avrai fatto con rispetto, sia delle persone che incontri che della montagna, senza lasciar traccia del tuo passaggio, sarai un vincente in montagna e nella vita.

Alpinista - Guida Alpina - Soccorritore

Silvio Mondinelli.

*per tutti “Gnaro”

Come prima cosa voglio sottolineare che io non ero presente. So una cosa però: gli amici che ho avuto in montagna hanno sempre rinunciato o, comunque, tentato una stessa cima più volte pur di dedicarsi al soccorso altrui. Non saprai mai se porterai a casa il ferito o il morto, ma comunque ci avrai provato e dovrai continuare a provarci. Sempre. C’è anche da dire, bisogna essere onesti, che la maggior parte di coloro che vanno in Himalaya oggi non sono alpinisti. L’anno scorso ero al Makalu, ad esempio, e c’erano quattro ragazze che si cambiavano tre volte al giorno; sembravano fotomodelle, non alpiniste. Quando andavo in montagna io, afferma scherzando, “le donne avevano i baffi”. Ora la prima cosa che si desidera, e questo è un discorso generale, è internet, e un minimo di connessione per poter mettere le proprie foto su Instagram.

Dunque, questo non è più alpinismo.

L’Himalaya, adesso, è molto frequentato da persone che hanno grandi disponibilità economiche, ma che non c’entrano nulla con l’alpinismo. Anche tutti quelli che d’estate, sul Monte Rosa, vanno alla Capanna Margherita non sono alpinisti. Forse nemmeno escursionisti. Mi dispiace dirlo, e spero che nessuno si offenda, ma la verità è questa. I principi che c’erano una volta in montagna oggi sono rarissimi. Va però detto che in quei posti lì, come il Bottleneck, naturalmente serve parecchia energia in più per fare un intervento di soccorso serio. Però insomma, quando si è tanti come in quel caso, bisogna provarci. Questi record, invece, non riesco proprio a capirli. Che record sono con cinquanta Sherpa e bombole per l’ossigeno a volontà? Questa primavera, all’Everest, si saliva e si scendeva direttamente a Campo 2 perché in molti dicevano che il passaggio dell’Icefall era pericoloso. Eh, se è pericoloso stai a casa tua. O no? È come uno a cui piace correre in moto, ma non va a fare le gare perché sostiene che è pericoloso andare a 350 chilometri all’ora. E allora stai senza farle, ma dì che sei tu che non sei capace. La questione, comunque, è che mi pare che certi principi, in qualsiasi cosa facciamo, siano svaniti. Magari sono io che sto diventando vecchio, ma non è normale che quasi tutti i clienti, quando arrivano in Margherita, la prima cosa che vogliono è la foto da mettere su Instagram o su Facebook. Per gli atleti, poi, questo sistema è un disastro. Perché per gli sponsor, ormai, sembra abbiano più valore le foto sui profili social personali rispetto a un buon risultato in Coppa del Mondo. È tutto il sistema che non funziona. Boh, abbiamo perso la tramontana. A me, certi sponsor, hanno detto che non va tanto bene che io abbia solo trenta amici su Instagram. Gli ho risposto che io non ho nessun amico, guardo solo le belle fotografie di paesaggio che mette qualche d’uno, ma non do l’amicizia a nessuno perché non m’interessa. Gli amici veri li ho e non mi serve cercarne altri lì.

Io credo comunque nell’educazione.

Della mia generazione si diceva che fossimo degli scansafatiche eppure, io ho fatto solo gli Ottomila, ma gli altri hanno fatto una montagna di cose valide.

Dunque, è giusto credere nei giovani. Ma, soprattutto, in chi li educa. Perché è l’educazione, nella vita, a fare la differenza.

Alpinista - Guida Alpina - Soccorritore

Michele Cucchi.

Come prima cosa vorrei affrontare il tema etico della questione. Non condivido la filosofia di queste spedizioni commerciali che seguono la logica del “pago, quindi devo arrivare in cima”. Questo, a mio modesto avviso, significa far morire l’etica che per decenni ha fatto sì che gli alpinisti, che sono ben altra cosa, arrivassero in cima alle più belle e alte montagne del mondo.

Etica, per me, significa mai abbandonare nessuno. E quello che si è visto sul K2, di recente, sono certo abbia fatto molto male al panorama alpinistico mondiale.

Conosco bene il Bottleneck, con quel suo traverso beffardo e, onestamente, non mi sono mai trovato in una situazione così difficile, in un posto tanto impegnativo. Spero però, che se mai dovessi ritrovarmi in una circostanza simile, possa essere sufficientemente lucido da poter dire: “Okay, basta. C’è qualcuno che ha bisogno e, ora, bisogna fare tutto quello che è necessario per salvargli la vita.”

Il secondo e importantissimo tema riguarda il necessario accrescimento dei portatori d’alta quota pakistani, sotto più punti di vista. Quella è la loro terra, quelle sono le loro montagne; bisognerebbe fare molto di più per offrirgli la reale possibilità di vivere di quelle stesse terre.

Questo vuol dire, innanzitutto, dargli una mano ad affrontare l’altissima quota nel migliore dei modi, con le migliori attrezzature e con le migliori conoscenze possibili per consentirgli di lavorare in sicurezza. Esattamente come facciamo noi sulle Alpi, nel nostro mestiere di Guide Alpine, o come fanno gli Sherpa in Nepal, nel loro lavoro di portatori in Himalaya. Chiunque sia stato tra le montagne del Pakistan, conosce bene la problematica. Va detto che, rispetto ai nepalesi che hanno goduto dell’esponenziale crescita delle spedizioni per migliorare, i pakistani non hanno avuto le stesse opportunità di sviluppo. Perché in Nepal, in passato, le cose sono state molto più lente mentre ora, anche là, tutto corre a ritmo forsennato. E se saranno sempre di più i pakistani, come mi auguro, a lavorare per le spedizioni, occorre che siano in grado di recuperare il terreno perso colmando la propria mancanza di formazione, di preparazione, di esperienza e di attrezzature. Infine, riguardo a quanto è accaduto, voglio dire che ognuno è libero di vivere la montagna come preferisce. Tuttavia, questa brama di fare prime assolute pagando dei prezzi altissimi, sia dal punto di vista ambientale che, talvolta, umano, è qualcosa che non condivido e non comprendo. L’alpinismo deve essere ancora esplorazione, deve essere ancora avventura e devo essere molto meno media, news, record e quant’altro. Non voglio spendere altre parole su questo tema perché si tratta di un mondo che non mi appartiene e che probabilmente non conosco a sufficienza. Non vorrei parlare a sproposito.

Ma una cosa posso dirla: non penso che catapultare la performance sportiva pura e semplice, con il mero obiettivo di conquistare enne cime in tot tempo, sia la dimensione giusta per quello che è il mondo della montagna, dell’avventura e dell’esplorazione.

Alla prossima,

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Francesco Ratti. Una cresta infinita.